CENTRO STUDI MAITRI BUDDHA
PENSARE L’ANNIENTAMENTO DELLE COSE
E’ PENSARE L’IMPOSSIBILE
Cari amici,
grazie di essere venuti stamattina a questa giornata di studio.
Pensare l’annientamento delle cose è pensare l’impossibile. Questo è il tema che voglio trattare con voi.
Ma prima di iniziare voglio leggervi una comunicazione diretta a tutti i buddhisti italiani, in occasione del Vesak, da parte del Concilio Pontificio per il Dialogo Interreligioso.
E’ il suo presidente, l’Arcivescovo Michael L. Fitzgerald, che scrive: ‘Cari buddhisti e cristiani, guardiamo insieme verso i bambini, guardiamo insieme verso i nostri bambini, che sono il futuro dell’umanità. Prego perché ognuno di voi possa passare una festa gioiosa e pacifica, questa festa del Vesak, della nascita, dell’Illuminazione e del Nirvana di Buddha, e con questa speranza di festa e di gioia i miei pensieri vanno subito ai bambini.’
C’è un poeta che dice: ‘Il bambino è il padre dell’uomo’. Aggiungo: ma l’uomo non sa quello che i bambini gli insegnano: lo stupore. Lo stupore che è fonte della creatività umana.
I bambini ci insegnano lo stupore, e dunque guai a chi corrompe un bambino. Lo uccide, perché uccide lo stupore. Cioè uccide quella sorgente di creatività che rende questa vita veramente umana.
Io sono d’accordo con l’arcivescovo Fitzgerald e sento con emozione questo impegno a lavorare per i bambini.
‘E’ nostra speranza che vi possano essere madri e padri che si impegnino in tutti i modi per trasmettere ai loro figli quei valori umani e religiosi autentici che danno il vero significato della vita. Vi sono bambini che non hanno mai conosciuto una famiglia, abbandonati, non amati alla nascita, rifiutati’. Il disamore della madre è infatti un’impronta indimenticabile, che segnerà tutta la vita.
Aggiungo ancora: oggi ci sono bambini in guerra, bambini che a dieci-dodici anni imbracciano il fucile e uccidono. Dove va a finire l’integrità di un bimbo? Questo è nichilismo, il nichilismo attuale. Come uscirne?
Dice ancora l’arcivescovo: ‘Noi cristiani e buddhisti non possiamo chiudere gli occhi davanti a queste tragiche situazioni e ognuno come può deve impegnarsi in questo compito di salvaguardare il futuro, cioè i bimbi’.
Come dunque uscire dal nichilismo? Vorrei proporvi una particolare riflessione.
State bene attenti, vi prego.
Si cominciò anni fa con la rottura di un trattato fra stati, qui vicino a noi, in Jugoslavia. Si disse: si può rompere questa confederazione, non succede niente. Non succede niente è il senso del nichilismo. In realtà invece qualcosa succede.
Poi venne l’idea che si potesse distruggere una comunità in seno a una città, perché tanto non sarebbe successo niente. Invece nuovamente qualcosa è successo. E così via fino ai bambini che tirano sassi ai carri armati e a quelli che lanciano il proprio corpo contro un avversario da distruggere.
Posso dire che vent’anni fa partecipai ad un convegno come questo, un convegno di studio sui rapporti tra scienza e buddhismo. Si parlava allora di ‘strutture del reale e dell’immaginario’. L’atmosfera era lieve.
Sono passati solo vent’anni, ma come lontano è quel mondo! Ora tutti noi siamo più tesi. La presenza del religioso si è fatta pesante, perché più forte si avverte il senso del nulla, cioè la perdita dei valori fondamentali.
Venendo quindi al tema che mi sono proposto: le cose si annientano veramente, come sembra che accada?
Pensare l’annientamento delle cose come condizione della loro produzione è il paradigma della nostra economia, dove si producono dei beni perché si consumino. Dice un filosofo: una società che tratta tutto il mondo non umano come un mondo da buttar via non tratterà anche se stessa come un’umanità da buttar via?
L’idea che si possa, per esempio, annientare una foresta per produrre soia e che non succeda niente è nichilismo. Infatti è impossibile che non succeda niente.
Si rifiuta di sottoscrivere il trattato di Kyoto pensando che non succeda niente? Ma è impossibile che non succeda niente.
Sto introducendo il mio tema.
Le cose sono l’apparire e lo scomparire dell’eterno. Quale eterno?
A questo proposito voglio ricordare Emanuele Severino. Quest’anno non siamo riusciti ad averlo tra noi, ma il prossimo ci riusciremo. Soprattutto se io interpreto erroneamente il suo pensiero, così verrà a correggermi.
Le cose dunque sono l’apparire e lo scomparire dell’eterno. Cioè dell’eterno esserci.
Il sole c’è anche dietro le nuvole, c’è anche quando non lo vediamo.
Il sorgere dipendente è come il sole, c’è anche dietro l’orizzonte, anche quando è notte.
Il cielo di notte è azzurro, non nero, perché c’è l’atmosfera (il cielo veramente nero lo vedono gli astronauti dallo spazio). E’ l’ossigeno che riceve i raggi del sole, trasformandoli in questa luminosità. La molecola d’ossigeno è un dipolo elettrico che vibra a quella frequenza, cioè la frequenza dell’azzurro: dunque anche l’azzurro cupo della notte è il sole.
Non c’è cosa che si perda tra infiniti specchi, nulla può accadere una sola volta, nulla è veramente precario, tutto è una metamorfosi e il gioco delle identità è il comparire e lo scomparire delle chiare apparenze.
Cito una frase di Platone: ‘Se un atto produce i suoi effetti anche a distanza di tempo, la sua momentaneità è solo apparente’. E ancora: ‘Le statue, con tutta la loro variegata bellezza, sono l’apparire e lo scomparire dell’eterno’. Cioè dell’eterno esserci.
Questo esserci è il sorgere dipendente: benigno, senza arresto, senza divenire, senza unità, senza molteplicità, senza andare, senza venire.
Per Buddha questo eterno è la fine del dolore.
Ebbene, il nichilismo nega proprio questo. Che è legge di natura, perché non c’è atto senza conseguenze.
Ma questo nichilismo riguarda anche Dio?
Parliamo di religioni.
Se Dio è morto tutto è possibile. Cioè dopo l’uccisione di Dio tutto è permesso. Così è l’Occidente di fronte ai suoi crimini.
Oppure Dio non è morto, e allora tutto è possibile. Cioè tutto è permesso verso chi ha ucciso Dio. Così è il Vicino Oriente di fronte ai suoi crimini.
Come uscirne?
Se Dio è nel mondo, questa è la mia conclusione, si fa mondo. Così non si va da nessuna parte.
Il fatto è, amici, che un nemico non lo annienti. Pensiamo a un evento di mille anni fa. L’esercito cristiano era vicino a Costantinopoli per andare in Terrasanta a liberarla. Accadde invece che si diede a saccheggiare Costantinopoli. Quel saccheggio, quel rancore, è ancora lì presente e vivo, dopo mille anni.
E’ vero o no? Non è così?
Le cose sono l’apparire e lo scomparire dell’eterno esserci. C’è sempre un effetto, niente scompare veramente. Ma tu pensi che le cose siano reali, così ti disperi quando scompaiono.
Se le cose sono reali, il conoscitore sarà altrettanto reale.
Ma se questa mente e questo cervello sono reali, così come reali sono gli oggetti di cognizione, questi ultimi e il conoscitore sono nulla perché prodotti per essere nulla.
Questo, secondo me, è il nichilismo, questa è la disperazione.
Se noi comprendessimo che tutte le identità sono immaginative costruzioni di un ego appropriatore, potremmo pensare che anche questa mente, in quanto sussiste nell’interdipendenza con questo o quell’oggetto, è vuota, quindi tranquilla e lieta. Ogni essere si esaurisce nell’esserci.
L’universale interdipendenza è dunque la comprensione che va incontro all’amore, perché all’amore si va incontro spogli di ogni separatezza.
Non c’è bisogno di ricercare: noi siamo il ricercatore e l’oggetto della ricerca.
Non c’è bisogno di aderire al vero: ci sono solo mezze verità.
Non rifiutare il falso: qualche volta c’è del vero.
Non è forse la libertà, anche da ogni natura, la condizione di una possibile etica? Questa è la prospettiva buddhista.
E’ corretto rimanere in ciò che non è sostanzialismo né nichilismo. Il sorgere dipendente non ha arresto, è come il sole, è benigno.
L’aspetto ordinario delle cose è duale. Questo determina ciò che di momentaneo, impermanente, illusorio cogliamo nelle cose. Il dolore è l’inquietudine che nasce dall’esperienza della dualità: cioè dallo spazio-tempo e da questa mente illusoria.
Quando l’ego è pacificato e cessa il dispiegarsi del pensiero discorsivo, si manifesta lo stato non prodotto, non divenuto, non composto, non fatto. Questo è l’altro aspetto della dualità: la cessazione del dolore.
Secondo la scuola dei logici buddhisti, questo stato naturale è permanente, in esso le visioni sorgono come una incontrovertibile inferenza, la visione diretta è vicina.
Quando i fattori volitivi sono del tutto pacificati, in quel silenzio l’aspetto assoluto di tutte le cose è visto come vacuità.
Questa vista diretta si apre nella solitudine del cuore. E non è un’illusione. Questa vista che produce stupore, stupore che afferra un enigma, è oltre il linguaggio, perché il linguaggio è affermazione di enti e la vacuità nega l’esistenza di qualsiasi ente.
La vacuità di cui parla il buddhismo è una negazione non affermante. Non dice che tutto è niente, ma che tutto quanto è prodotto non ha una natura propria.
In definitiva shunyata, cioè la vacuità, nega ogni nozione, anche quella di niente: per questo potrebbe essere il miglior antidoto al nichilismo.
Vuol dire che ente e modalità non sono separabili, come non è separabile il legno del tavolo dal tavolo. Che le parti di un oggetto non sono separabili dalle funzioni che l’oggetto assume in quella composizione, in quell’ordine nel quale le parti sono assemblate.
Questa è magia.
Da dove vengono le qualità che tanto ci attirano, in un oggetto composto? Non sono nelle parti e neppure al di fuori delle parti. Non è stupefacente quell’oggetto?
Si dice che questa esperienza, che trascende l’osservazione ordinaria, è il silenzio dei santi.
Nel silenzio della mente le ordinarie apparenze si dissolvono e il cuore si apre alla dimensione della libertà assoluta, uno stato libero dalle fissazioni di esistenza e non esistenza.
Quando diciamo che questa mente c’è, affermiamo che c’è in una relazione. Io ci sono in quanto sono qui con voi; ci sono e ci sarò. E’ permanente l’esserci. Tra il non essere, cioè il nichilismo, e l’essere, cioè l’assoluto che nega il divenire, c’è l’esser-ci.
La vita è questo esserci in cui si esaurisce l’essere.
Qual è il fondamento di questa dottrina? L’amore, che è l’essere nell’altro. Non c’è nessuna natura che divida i nostri destini.
Questa verità profonda, che secondo me è all’origine del sacro, noi la comprendiamo fin da bambini. Questa è un’altra ragione per cui il bambino è padre dell’uomo, come già detto all’inizio.
Supponiamo che ci sia qui vicino un muretto, e supponiamo di sapere che dietro a questo muretto ci sia un abisso. Noi stiamo tranquillamente seduti con i nostri amici a bere qualcosa, e vediamo un piccolo bimbo salire su questo muretto. Ebbene, abbiamo bisogno di riflettere per correre incontro a quel bimbo a fermarlo perché non cada? Non sentiamo il suo destino come nostro?
Forse è questo l’imperativo categorico di cui parlava Kant.
In ogni caso questa è l’etica, e scaturisce dall’esserci, dal sorgere dipendente.
Ma per negare queste ordinarie apparenze, come le nuvole, per comprendere che il sole c’è anche dietro le nuvole, occorrono tre cose: distaccarsi dall’ego, distaccarci dagli enti e distaccarsi anche da Dio, cioè dall’assoluto. Noi buddhisti diciamo: occorre distaccarsi anche dal desiderio di illuminazione.
Soltanto in un cuore così solo e deserto avviene il contatto con lo stato dell’esserci, la reazione che tutto comprende.
Il sorgere dipendente allora è visto nel suo aspetto creativo e benigno, senza arresto, senza tempo, senza venire, senza andare, senza unità, senza molteplicità. Forse è davvero la fine del dolore.
Grazie.
Ven. Ghelong Thubten Rinchen
Torino, 29 maggio 2004
|